Personaggi

Storia di Elio, il fabbricante di sogni

La piccola grande storia di un papà.

Scende la sera sul 15 aprile 2021, giorno che ha ribaltato il mio orizzonte. Scende la sera e sento il silenzio. Vedo la sua mano appoggiata sulla fronte, a tavola, il respiro silenzioso e la mente altrove. Il papà è spesso una figura che resta sullo sfondo, scoglio cui aggrapparsi o montagna da scalare. Il mio papà è ancora una storia da raccontare, è il suono della mia voce, il peso che mi porto dentro. Ho un solo fallimento nella mia vita: quello di non essere stato capace di essere marito. Ho una sola cosa incompiuta lungo la strada della natura: quello di non aver detto a mio padre, “papà, questo è mio figlio”.

Dal Friuli a Milano

Elio era del 1937, nato a Martignacco in provincia di Udine. Era sesto di sei fratelli, piccolo e forte. La mamma vedova troppo presto del suo Angelo. Le spalle del primogenito Giuseppe a portare il peso di una dignitosa e composta povertà. Per lui? Il destino di essere l’unico che poteva studiare. I primi anni sotto gli aerei che cadevano e le bombe, la fanciullezza in bicicletta sulle strade sterrate che portavano alla scuola dei mosaicisti di Spilimbergo. L’arte come palestra della sua creatività, i calzoni sempre quelli, i vestiti puliti, i rosari il mese di maggio. Elio è cresciuto veloce, ha lavorato di giorno, studiato di notte, fino a cadere faccia sui libri.

E poi Milano, a fine anni ’50. Milano dove c’era da plasmare il futuro, dalle strade, alle chiese, agli uffici, alle fabbriche. Milano ha ancora tracce del suo tratto. Il monastero di Santa Rita, le tombe delle famiglie bene al Famedio, le absidi di qualche chiesa. I suoi disegni, le sue curve, la mente tecnica, la mano d’artista. Elio era tratto e fantasia, genio e silenzio, sorriso e libertà. Poi quella ragazza magra, la Vilma, con quegli occhi profondi e quell’inquietudine sottile. Anche lei tratto, disegno, arte. Era loro Milano, era il loro film quando ancora c’erano le fabbriche e il luna park alle Varesine.

La famiglia e il mondo

Elio e Vilma, due artisti del vivere. Elio si intrufolava a Brera senza averne il titolo, lui diplomato a forza di notti insonni per prendere il pezzo di carta. Già, il geometra Elio, con gli occhi color del mare. Il lavoro c’era, i soldi anche. “Ogni volta che cambiavo posto, ne trovavo uno migliore” ripeteva. Poi la famiglia, con la Vilma, milanese di Bari, il viaggio di nozze sulle Dolomiti passando da Erto e Casso il giorno prima che venisse giù il Vajont. Un maggiolino verde e tanti sogni. L’arrivo di Anna, le vacanze in Liguria e il mondo che diventava piccolo per Elio, sempre intento a creare cose nuove a trovare soluzioni tecniche con il cipiglio e la visionarie dell’artista. Viaggi, tanti: Arabia, Bolivia, Iraq (lo arrestarono, pensavano fosse ebreo e si chiamasse Elia), Iran, Sudafrica. Via per lavoro, che c’era da fare. Un piccolo grande uomo intento a costruire e a garantire ricchezza ai suoi e agli altri. Pronto sempre ad aiutare i fratelli, intento sempre a prendere il meglio da tutti. Occupato nei suoi silenzi, figli di quello che sentiva e non voleva dire, per non disturbare.

Il cuore, troppo oltre

Quando il Friuli trema, Elio ci mette pochissimo a trasferirsi con la sua azienda e a fare 4 mila prefabbricati per i terremotati. Lo stesso accade in Irpinia, dove fronteggia perfino la camorra. “Vuole che io paghi il pizzo? Ok, chiudo la fabbrica domani mattina e la sua gente resta senza mangiare”: parole come pallottole al capo-bastone che lo aveva prelevato dalla fabbrica sul far della sera. Elio è sempre stato oltre, ha lasciato segni ovunque. Ha sempre dato conforto, c’era sempre quando stava per venir giù tutto. Anche nella vita dei figli. Anna e Francesco. Negli anni ’80 ha cominciato a pagare il conto di un cuore troppo grande. La vita a un filo, il mondiale di Pablito in terapia intensiva. La rinascita, il ritorno in Friuli. Altre aziende, tante persone aiutate, tanta ricchezza distribuita. Sempre con il silenzio a custodire i suoi giorni, un silenzio che ritrovava, tutto suo, quando andava nei boschi con suo fratello Enore. Li chiamavano “Unità Coronarica”, non facevano in due un cuore sano. Ogni volta la Vilma e Anita li guardavano e pensavano: “Tornate?”.

Piccolo e grande papà

Era piccolo Elio, ma stava seduto tra i grandi. Con lui ho conosciuto persone che hanno fatto la storia. Ricordo l’affetto con cui Gae Aulenti lo guardava mentre parlava di avventurose soluzioni architettoniche per trasformare in realtà quello che la signora faceva uscire dal suo tratto. Sempre il tratto, un tratto umano, pronto a essere papà quando pensavo che per me ci fosse solo una sonora sgridata. Pronto a comprendere quando i figli cadevano e a rialzarli prendendoli per la collottola. Un piccolo grande padre. Gli anni del Friuli hanno fatto per Elio rima con altri viaggi: il Pakistan, l’Asia, l’Europa, tutta. Poi mani grandi per amare, occhi come il mare per abbracciare.

Gli ultimi anni

Elio è stato nonno. Un nonno in grado di essere bambino anche con mezzo cuore. Sua nipote Sofia lo sa. Il mio Davide no. Anzi, mi sbaglio. Il mio Davide lo sa, ti spiegherò perché. La sua vecchiaia è stata una partita di carte col destino, 29 anni a beffare la morte che gli era saltata addosso quando era ancora più giovane di me adesso. Anni lievi, forse segnati dalla fatica e da quel senso di non aver proprio fatto tutto. Giorni normali, passati con il suo bastone e con il cervello sempre in funzione. “Quando la realtà che ti circonda non ti piace, Francesco, guarda l’orizzonte”.

Un testamento al telefono

Il 13 aprile del 2011 ho ricevuto una telefonata. Da Elio. Mi chiedeva del lavoro, di mia moglie, voleva sapere se avrei fatto un bambino. Risposi a tutto, con dovizia di particolari. Poi guardai il telefono: erano passati 47 minuti e 32 secondi. Gli ultimi vissuti con il mio papà.

Aveva fatto un testamento morale al telefono.

L’indomani è uscito per fare due passi e il suo orizzonte si è ribaltato. Il 15 aprile 2011 è andato a fare i suoi mosaici in un posto bellissimo, sotto un grande albero in cima a una collina. Era Elio Facchini, mani meravigliose, occhi color del mare, silenzi infiniti e spazi enormi di bontà. A Sofia è rimasto il vento. “Quando si alzerà il vento capirai che il nonno viene a trovarti”.

Io sono diventato il mio papà

A Davide, invece, è rimasto il papà di suo papà dentro suo papà. Io sono diventato Elio e sinceramente adoro il silenzio. Sono passati 10 anni. Dieci anni che a scriverli non sarebbe stato buono nemmeno Manzoni. In questi anni le sue mani rugose mi hanno sempre toccato il volto e le mie mani sono diventate le sue. I suoi silenzi, i miei. La sua voce la mia. Ecco perché Davide ha conosciuto suo nonno. Perché io sono diventato Elio e ho capito tutto quello che non mi ha mai detto. Sono stato sorretto ogni giorno dal suo meraviglioso esserci anche dopo l’addio. Ho provato la sua stessa fatica e coccolato la sua stessa arte di vivere. Elio è stato un grande papà. Elio è stato il mio papà, Davide. Ed è ancora qui. Dentro di me.