Essere Figlio

Il paese dei ragazzi senza voce

Sono andato a fare un mini-corso di mojo e di vita digitale visuale al Liceo Carducci di Milano, nell’ambito della cogestione che i ragazzi hanno organizzato in questi giorni. Mi hanno riservato l’aula magna e avevo un uditorio di 150 ragazzi. Ho avuto due ore per cercare di mettere nelle loro teste dei concetti che, come genitore digitale e come professionista del digitale, mi stanno molto a cuore.

Con ragazzi di queste età non parlo mai di mobile journalism senza prima parlare della loro immagine digitale e della loro vita digitale. Ieri ho passato due ore con la mia didattica, tra il serio e il faceto, tra il pesante e il leggero, cercando di parlare il loro linguaggio, di entrare in empatia. Il mio intervento voleva poi regalare loro una grande opportunità. Vuoi sapere quale? Avevo fissato come tipo di prova finale un piccolo video nel quale dovevano darmi una mano e intervenire chiedendo delle cose ai politici, in vista delle elezioni del 4 marzo.

Naturalmente non chiedevo loro opinioni politiche, chiedevo loro di alzare la voce e fare richieste al popolo di smandrappati che li governerà. Inutile dirti che mi rivolgevo ai maggiorenni, quelli che, tra l’altro si stanno avviando alla prima votazione. Volevo che dicessero una frase, mi sarebbe sinceramente bastato anche un “più figa per tutti”. Il motivo per cui volevo fare questo esperimento era semplice. Volevo mostrare ai ragazzi che, nel loro mondo, sfruttando coerentemente e attentamente la loro immagine digitale, avrebbero potuto inviare messaggi, anche importanti, a coloro che li guideranno.

Senti, è successa una cosa incredibile. Non sono riuscito a farlo. Solo una ragazza, Ilaria (che ringrazio) ha avuto il coraggio di registrare il suo messaggio, ma oltre lei si è creato il vuoto. Un gelo incredibile, una sostanziale paura. Naturalmente i ragazzi si sono beccati uno shampoo perché si sono lasciati sfuggire un’occasione per far sentire la propria voce. Però lo scoramento più grande l’ho provato pensando ai loro genitori (e mi ci metto dentro) e ai loro professori che non sono stati capaci di far capire loro l’importanza del civismo. Un’azione umana che la tecnologia di oggi rende addirittura più facile rispetto al passato.

Niente, da questi ragazzi, alla fin fine, non è uscito alcunché. Mi dispiace, molto, per loro. Mi dispiace molto di più per questo paese di ragazzi senza voce che, però, in separata sede, mi hanno anche mandato messaggi belli e pieni di passione. Sì, però in pubblico non hanno emesso verbo, non hanno proferito parola. Ho cominciato a pensare al motivo. Ne ho trovati, di motivi, più di uno. Uno me lo ha suggerito mia nipote e mi è sembrato tanto allarmante quanto vero. I ragazzi non parlano perché non hanno la spinta a farlo. Perché sono già soddisfatti di analizzare un mondo che non capiscono attraverso le righe di un messaggio whatsapp o di un post di Instagram. Non hanno desiderio di chiedere qualcosa perché ce l’hanno già. Però commettono un errore terrificante: scambiano un bit, un’informazione, per cultura.

Questo è un problemone e il problemone glielo hanno provocato i grandi, genitori e professori appunto, creando la società dei bit intorno a loro e annullando nei giovani il bisogno di cultura o di consapevolezza. Nel mondo di oggi possono vivere senza sapere. Possono aspettare senza agire. Li guardavo e, mentre urlavo le mie invettive, dentro piangevo per loro. Per il loro grido senza voce. Però voglio scriverlo: è responsabilità nostra quella di aver creato un mondo senza voglia, ma è responsabilità loro se di fronte alla potenza della tecnologia e alle possibili connessioni che riesce a creare, essi restano impotenti e zitti a guardare dentro lo schermo del telefono. In attesa che qualcosa li possa salvare dalla discesa nel dimenticatoio della storia del loro paese. Il paese che ha creato dei ragazzi senza voce.

Rise up, guys and stand up for your rights.