Fra i giochi per bambini il Subbuteo resta una leggenda.

“E’ bello perché puoi giocare con il dito”: parole di Davide. E’ bello perché cura l’ansia e adesso ti spiego perché. Mi preoccupa abbastanza la velocità con cui il cervello di mio figlio processa informazioni ed emozioni senza sapere cosa sia la noia. Viviamo in un mondo ansiogeno e i bambini con noi. Ebbene, qualche giorno fa abbiamo comprato un Subbuteo di seconda mano ben tenuto e lo abbiamo portato a casa. Nel corso della serata in cui lo abbiamo messo sul pavimento e provato, ho visto una vera e propria modificazione del respiro del mio pupotto. Già, hai letto bene, giocare a Subbuteo ha modificato (più precisamente rallentato) il respiro del mio giovanotto. Mi spiego meglio.

La schicchera chiama concentrazione.

Il Subbuteo è stato un mito che ha attraversato le epoche, anche se ora non se lo fila nessuno (o quasi). La schicchera, movimento dell’indice trattenuto e poi rilasciato dal pollice che va a colpire il giocatore del Subbuteo per poi colpire il pallone, ha segnato l’infanzia di milioni di bambini. L’altra sera ho compiuto di nuovo il gesto rotolando in un buco spazio temporale e tornando al 1977, quando in una torrida estate a casa di nonna nelle montagne del bergamasco io e mio cugino Massimo avevamo creato un Subbuteo intero con i tappi corona della minerale.

Giocavamo fino a farci sanguinare le dita. Ho riprovato le sensazioni di quei giorni e le ho viste in Davide. Ho visto il suo dito teso, il suo sguardo puntato sul pallone, ho sentito il suo cervello materializzare spalti, voci, suoni, canti di uno stadio. Il tutto governato e assorbito dalla mitica schicchera che, per essere eseguita bene, chiama tutta la concentrazione di questo mondo ed esclude dal momento tutto quello che non è necessario all’atto. Spariscono schermi, telefonini. Resta solo il bambino che respira più lentamente e si concentra.

E lo stadio era pieno.

Lo stadio di via Prestinari era pieno. Ho sentito i cori, ho visto gli striscioni. Ho anche sentito il lancinante dolore alla schiena e alle ginocchia dopo la prima partita insieme. Rotolarmi a terra cercando posizioni per non farmi male è stato un calvario, mentre mio figlio urlava “Icardi, che gol!”.

Non credo di essere durato più di 10 minuti prima di crollare esausto e consumato da tanta energia profusa (ed equamente distribuita tra il restare in equilibrio sopra gli omini per tirare verso la porta e il cercare posizioni che non mi facessero urlare). Ho, però, trovato la medicina per l’ansia in questo gioco che ha fatto respirare lentamente il mio giovanotto e mi ha fatto dimenticare il telefono (che in una partita è suonato tre volte e non me ne sono accorto).