Il covid, la moschea e il diritto di non avere paura

Ho il Covid e, per fortuna, sto bene.

Non voglio parlarti della mia malattia. Ho avuto la fortuna di prendere il covid in un modo lieve, anche se so di dover fare attenzione ad alcuni strascichi che potrebbero crearmi problemi. Intanto ti saluto e ti dò nuovamente il benvenuto qui. Non ci vengo anche io da tanto tempo sulle colonne di questo sito. Mi spiace. Le cose del lavoro e della vita che va mi tengono lontano. Ieri sera, però, ho pensato a questo posto e mi sono detto che volevo tornare per raccontarti di alcune paure sconfitte. Ne ho sconfitte molte in questi anni, ma queste due le voglio fissare con le parole, tenere in questa mia particolare bacheca dei ricordi.

La paura della moschea

Riavvolgo il nastro all’inizio di aprile. E’ stato a trovarmi l’amico Yusuf Omar, impareggiabile videomaker, innovatore, imprenditore, uomo giovane e splendido, educato e signorile. Mi ha insegnato davvero molte cose e poi, un giorno, mi ha strappato via una paura dalla testa. “Andiamo alla moschea e portiamo anche Davide, tuo figlio”. Era sera, erano le 20 quasi. Lui era appena entrato in Ramadan e aveva una fame che avrebbe staccato a morsi il braccio di qualcuno, pur di mangiare. Non sapevo cosa dire. Dovevamo far di cena, dovevo badare a Davide, dovevo fare questo e quello. La verità? Avevo paura. Io cristiano, cattolico, non praticante, piuttosto incazzato con Dio, dentro una moschea con mio figlio. Avevo paura e non sapevo cosa dire a Yusuf per non ferirlo. Paura di cosa, penserai. Paura di non essere accolto, di incontrare persone ostili, boh… la paura del terrorista, del pericolo, dell’ignoto, del buio. Una serie interminabile di paure che Yusuf ha buttato giù portandomi verso la moschea quasi di peso.

Non sapevo nemmeno ci fosse una moschea a due passi da casa.

Ho avuto paura perché sono un idiota. Figlio della mia cultura, condizionato dai media, dalla retorica dell’occidentale, dai film, dai siti, dai titoli, da tutto. Che vergogna. Sono entrato nella moschea dopo una camminata, sudato, impaurito, affannato.

Un’energia incredibile

Rigido, guardingo, teso. Ho tenuto vicino mio figlio e gli ho raccomandato a bassa voce di non disturbare, di non parlare, di guardare in giro e fare quello che diceva Yusuf. Mi sono levato le scarpe e ho partecipato al rito del cibo condiviso e della preghiera della sera dopo la fine del digiuno. In pochi istanti ho sentito dentro un’energia fortissima, l’energia di dio, della comunione fra le persone. Uno sconosciuto mi ha dato del latte, ho accettato e bevuto, ho mangiato il riso con la carne, ho visto Yusuf pregare, ho visto gli uomini pregare. Ho vinto la paura, buttato giù il muro. Ho ballato sulla carcassa di un mio pregiudizio. Yusuf mi ha raccontato l’Islam, il suo Islam, quello che fa di lui una delle persone più gentili che conosco. Uno degli umani da cui imparo di più. Ho capito che devo prendermi il diritto di non avere paura. Alla mia età, con tutto quello che ho passato.

Un momento di preghiera alla moschea vicino casa (Facchini)

Il sorriso al Covid

Ho il Covid, ti ho detto. Ce l’ho da qualche giorno. E’ arrivato come un’inlfuenza. E’ arrivato come un modo per abbattere un’altra paura: quella del covid, appunto. Ti metto in fila alcuni ragionamenti su questa malattia, alcune immagini sparpagliate. Quando è arrivato gli ho fatto un bel sorriso e ho contato i respiri. Fosse stato il maggio del 2020 sarei finito dritto in ospedale. Mi basta questo pensiero per essere sereno.

Poi ti racconto un’altra cosa: Davide è isolato con me e ha il Covid anche lui. Stiamo passando una splendida settimana insieme, di quelle che ricorderemo per un bel po’. Certo, magari lui se la ricorderà perché niente scuola e perché di gioca alla Nintendo il triplo del solito tempo. Io me la ricorderò per le risate che stiamo facendo, per i film che stiamo vedendo, per gli sguardi che gli rubo, per le immagini che immagazzino per il tempo in cui se ne andrà. Abbiamo sconfitto insieme la paura del covid con tante risate, tanti sorrisi. Siamo qui, in mezzo al guado della nostra quarantena, ma vedo un’altro muro cascare. E sono grato. Il muro della paura del covid è giù, grazie ai tanti uomini e alle tante donne che si sono battuti per darmi modo di essere qui, con il covid adesso, a scriverti mentre bevo il caffè.

Una frase di Fabio Ranfi

“Ma possiamo dirlo? – ha detto Fabio Ranfi, amico e collega giornalista impareggiabile – Possiamo dire che viviamo nell’epoca più bella della storia? Secondo me sì…”: quando l’ho sentita camminavo al Fat Walkers Club, clicca qui per sapere di cosa si tratta. In un primo momento sono rimasto di stucco e ho pensato: “Mah, con tutto quello che succede”. Poi ho pensato alla paura, l’ho guardata in faccia e ho deciso che quella frase doveva essere mia. E’ da qualche giorno che mi risuona nella testa e ogni ora le do ragione. Viviamo nell’epoca più fulgida della scienza, della tecnologia, delle possibilità di conoscenza. Se scegliamo di avere paura è per due motivi: perché siamo costretti e perché abbiamo gli occhi chiusi dal pregiudizio o dal timore di quello che non conosciamo.

Io, dopo la moschea, dopo il covid, oltre la guerra, oltre le difficoltà, oltre le ingiustizie, scelgo di non avere paura. E lo insegnerò a mio figlio Davide, Tu cosa fai? Scegli di restare nella paura o smetti?

4 commenti

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  1. La tua testimonianza mi ha fatto pensare che, a volte, avere paura è un lusso. Dalla propria comfort zone è senza dubbio molto più facile temere chi è diverso da noi, vederlo con sospetto e tenerlo a distanza, ma spesso le circostanze, più che le nostre effettive intenzioni, ci portano a doverle prendere di petto queste paure, ed è bellissimo quando queste vengono scardinate dalla realtà dei fatti.

  2. Ciao Francesco spero stai bene. Molto interessante il tuo racconto ed e’ molto Bella l’esperienza in moschea soprattutto quando lascia un segno positivo e forse un cambiamento. Un racconto da svilupare.

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