“Ho realizzato un sogno, ho capito cosa fa papà”

Quando ho sentito Davide dire questa frase, te lo confesso, mi sono commosso. Mi sto sbattendo da qualche tempo per capire come possiamo fare a stare insieme io e mio figlio quando, da freelance, devo lavorare. Ne ho provate di ogni tipo, ma ancora non siamo “a buon punto”. D’altronde che io pretenda che un bambino di 5 anni e spiccioli capisca che diavolo (per non dire peggio) fa il papà, beh, è quantomeno un’utopia. Eppure ci stiamo avvicinando e giovedì siamo arrivati a un punto di svolta.

 La musica come barriera.

A causa di un infortunio alla spalla, il nanerottolo è rimasto a casa 13 giorni. Una settimana con mamma, una con me. I momenti in cui ho dovuto lavorare davanti a lui, quindi, sono diventati moltissimi. Non ti dico il casino. Piano piano ho provato a introdurre piccole regole, a stabilire momenti in cui poteva disturbarmi e momenti in cui non lo poteva fare. Impresa difficile, ma qualche volta ci siamo riusciti. Qualche volta. Ho provato a usare anche la musica, mettendola come dolce barriera tra me e lui. “Quando senti la musica – gli ho detto – vuol dire che devi giocare tranquillo senza disturbare papà”. Qualche volta è andata, qualche volta sono uscito pazzo.

Il tutto fino a giovedì, quando sono andato all’Università Iulm per tenere uno speech sul mobile journalism e me lo sono voluto (non dovuto) portare dietro. Ribadisco: voluto. Certo se non lo avessi fatto sarei partito con la zavorra di andare a fare un evento “da volontario” dovendo anche cacciare la 30-40 euro di baby sitter (che, peraltro. posso permettermi da poco tempo). Volevo che mi vedesse, volevo che il mio racconto del lavoro lasciasse il campo agli atti e ai fatti, alle azioni che svolgo quando faccio la mia professione. Mentre facevo il mio speech è stato con una persona che lo ha aiutato a vedere il papà in azione e lui ne è rimasto meravigliato. Ringrazio quella persona di cuore.

 Quando l’ho rivisto, subito dopo la fine del mio discorso, quando sono uscito per andare da lui era raggiante e mi ha detto quella frase che vedi sul titolo e che mi ha commosso. Allora ho pensato che avevamo fatto un bel passo di crescita insieme e lui aveva colorato con le immagini un pensiero che, molto probabilmente, non riusciva a far diventare chiaro nella sua testa. “Oggi ho realizzato un sogno, ho capito cosa fa il papà”.

Riempite di bambini i luoghi di lavoro.

Ho già detto in molte occasioni che vorrei i luoghi di lavoro di questo paese riempiti di bambini, di nursery, di ninnoli e palle di spugna per non rompere le cose. Produrremmo tutti meglio, staremmo tutti meglio e, probabilmente, non saremmo tutti così isterici, nevrotici e paurosi. In Italia non è così, non si può fare.

 Non esito a pensare che se noi genitori non fossimo costretti a separare in modo così netto le nostre esistenze, a spaccarle e a separare gli ambiti, beh, saremmo tutti migliori. Invece se fai un figlio, in Italia, ti prendono a calci. Però, sinceramente, io e Davide abbiamo vinto. Lui ha realizzato un sogno, io ho realizzato il mio. Lui ha capito cosa fa papà, io ho capito come fare per lavorare assieme a lui. Aprirgli le porte del mio mondo e fargli capire sempre cosa faccio, facendolo venire con me.