Il titolo lo hai letto molto bene e io non sto scherzando: Facebook mi ha “derubato” e ora ne ho le prove.

E’ una forzatura? Lo vedremo col tempo, ma siccome come papà digitale voglio anche difendere i miei diritti e quelli di mio figlio, per ora attacco. L’accusa, però, la posso lanciare serenamente, a mio avviso, perché non credo che ci possa essere regola di uso del social network di Menlo Park che possa prevedere il “furto” della mia identità per fini pubblicitari, facendomi anche fare un’azione che non ho mai fatto (quindi eseguendola, di fatto, al posto mio) per motivi commerciali.

Vado con ordine: tutta colpa di mia sorella 🙂

Qualche mattina fa sono stato svegliato da un Whatsapp di mia sorella Anna (quella della faccina nella foto qui sopra) che mi chiedeva se avessi mai dato un like alla Fanpage dell’azienda Adidas. Io ho risposto, guardando orgoglioso il mio panzone, che non era assolutamente possibile che io avessi mai dato il mio like a un’azienda del genere. In generale, come regola di uso, non do mai like commerciali. Ci ho pensato a fondo e non ho mai fatto cose strane tipo giocare con delle app della Adidas o peggio entrare in negozi Adidas e registrarmi a qualche wall, a qualche display. Sono decenni che non vado in un negozio Adidas e il mio ventre ne dà ampia testimonianza. Mia sorella, ben sapendolo, mi ha lanciato questo allarme, piuttosto incazzata. Mi ha mandato la foto che vedi e mi ha fatto subito la domanda: “Ma hai dato un like alla Adidas?”

In un baleno mi sono recato alla pagina fan della Adidas, quella ufficiale, e ho tolto il like che, effettivamente, c’era.

Io però non ce l’ho mai messo.

Ho anche notato un’anomalia. La pagina ufficiale aveva un loghetto diverso da quello che vedi nella foto e quindi quella potrebbe anche essere una pagina farlocca. Comunque ho tolto il like e, poco dopo, è andata anche mia sorella a verificare, ma partendo da quella pubblicità. E non ha trovato il mio like.

E il furto dove sta ?

Il furto c’è e non è la prima volta che lo trovo, anzi che lo subisco. Lo dico perché già mesi fa il collega Andrea Fontana me ne aveva parlato e aveva esaminato il caso, fino a parlarne (venendo liquidato con due parole) con il country manager di Facebook Italia Luca Colombo. Esattamente l’amico Andrea aveva scritto questo pezzo qui. Se lo leggi capisci perché sto giro intendo incazzarmi. Facebook aveva messo al posto mio un like al Corriere dello Sport che non ho mai dato, rubandomi l’identità e utilizzandola per i suoi porci comodi commerciali.

Sono incazzato nero perché il “furto” sta qui: la mia identità è stata presa e utilizzata per fini pubblicitari senza che mi si chiedesse consenso esplicito per questo e senza che mi si fornisse il giusto corrispettivo economico per quanto è stato utilizzato di me e della mia persona pubblica, in un modo che può arrecarmi anche consistenti danni professionali perché, quale giornalista professionista, non posso fare pubblicità. Il “furto” è aggravato dalla “truffa” con la quale Facebook (o terzi, visto lo scandalo Cambridge Analytica) hanno gestito la mia immagine utilizzandola in più di una occasione per informare persone facenti parte della mia cerchia che mi piacciono determinati prodotti o che leggo certi giornali. E chissà quante volte è successo a tanti amici di vedere il mio nome appaiato a non ben precisate marche di vestiti o di macchine. Hanno raccontato frottole ai miei amici. Poi, a dirla tutta, i miei like alle pagine sono molti e aumentano anche se io non dò like in giro: perché?

Io ingenuo? Forse, ma questo è troppo.

Siccome non voglio nemmeno lontanamente vedermi fra coloro che danno like a una fanpage di Forza Nuova, ho deciso di incazzarmi subito e di lanciare accuse, anche perché mi sembra impossibile oltre ogni pensiero lecito che ci siano “condizioni d’uso” per le quali Facebook può prendermi e sbattermi sotto il naso di mia sorella come fan di una pagina alla quale non ho mai dato il mio like.

Ora farò delle valutazioni con il mio avvocato e interpellerò gli esperti, ma la mia provocazione sul “furto” e sull’uso di identità è qui per restarci. Non mi fermerò finché non avrò risposte e, magari, anche risarcimenti. In tempi di Cambridge Analytica, in tempi nei quali gli utenti stanno abbandonando il social più popolare del mondo, non mi si può fare questo.