Essere Padre

Essere freelance: lavorare col bambino a casa

Una semplice influenza del bambino fa rima con una vera tragedia per il lavoro, specialmente se sei un freelance. Il rimedio, però, c’è.

Ed è pure meno difficile di quanto ti sembri. Essere freelance e papà, o genitore, single è un disastro quando il pupo comincia a dare dei segni di cedere alle malattie di stagione. Saltano tutti gli equilibri, l’agenda viene percorsa da un terremoto, le scadenze squassate da uno tsunami. Oddio, in Italia è più in generale la condizione del genitore che cozza con quella del lavoratore, in qualsiasi tipo di configurazione. Schiumo di rabbia ogni volta che penso al rapporto tra il nostro contesto sociale e chi ha figli: praticamente il mondo del lavoro ci prende a calci e quello delle istituzioni non fa molto di meglio.

Equilibrio sopra la follia.

Ok, detto questo, se sei freelance la cosa diventa ancora più orribile, perché vieni risucchiato in un gorgo nel quale oscilli tra il tentativo di fare qualcosa e i “papàààààà, ho male qui! Papààààà ho male lì!”. Si dipanano giornate nelle quali, ai momenti dell’accudimento (anche magnifici), si alternano momenti di tensione per le cose che non riesci a fare, acuite dal senso di colpa per le tonnellate di cartoni animati che gli fai sorbire dal telefonino fino a ciucciarti tutti i giga e a pietire il telefono della vicina di casa che ha ancora qualche dato da spendere… (dai scherzo, ma neanche tanto). Essere freelance è un equilibrio sopra la follia, ma quando lavori con le opere dell’ingegno, come capita a me, diventa chimerico pensare di avere una benché minima serenità per concludere uno scritto, fare una mail, redigere un progetto, pensare a un preventivo.

Giornate che massacrano.

Al di là di quello che si riesce a combinare, schiaccia il senso di colpa delle giornate, le quali finiscono spesso con facce lunghe e borse sotto gli occhi. Insomma, ti senti uno stronzo, perché hai fatto male il tuo lavoro e, comunque, sei stato male con lui. Negli ultimi tempo ho passato ore e ore a pensare, in queste giornate che massacrano, come poter risolvere il problema. Ho pensato a varie soluzioni, ma non riuscivo a venirne a capo. Finché sono arrivato davanti a un semaforo e ho capito.

Il comando chiaro.

Se la luce è rossa non mi parli, se è verde puoi parlare. Roba da genitori nazisti. Beh, effettivamente. Però si può trasformare in un gioco quello che gioco non è. Passavano le ore e, tuttavia, pensavo che mi mancasse qualcosa, nonostante la chiarezza del comando. Poi ho incontrato un amico psicologo e mi ha aiutato a trovare la chiave. Già, perché non potevo pensare di alzare il cartoncino rosso e dire ai mio figlio: “Ok, non mi devi parlare per ore, perché sto lavorando”. Lo psicologo ha messo dentro il gioco un timer per far capire a mio figlio e forse anche a tuo figlio che l’intervallo di tempo in cui c’è il cartoncino rosso sul tavolo, quello in cui non ti può parlare, è circoscritto nel tempo. Non ridere: sto parlando proprio di un timer da cucina. 

Le contro indicazioni, tutte da ridere.

Sentendomi un po’ meno nazi e cercando di mettere a freno la parte diabolica di me che avrebbe voluto fermare mio figlio con un bel cartoncino rosso, ho cominciato a parlare col nanerottolo di come realizzare questi cartoncini. Abbiamo lavorato assieme, ridendo, scherzando e colorando di rosso e di verde due cartoncini regalatici da Amedeo, proprio lo psicologo che mi ha aiutato a capire che non puoi lasciare il tuo bambino dentro una trappola di un intervallo di tempo del quale lui non riconosce i confini.

Lanciati i cartoncini, comprato il timer, abbiamo passato il primo pomeriggio insieme a testare la cosa e sono rimasto… fregato io. Nella prima mezzora, intervallo scelto per caricare il timer, nella quale stavo lavorando in tutta serenità, a un certo punto mi è venuta in mente la malsana idea di chiedere a Davide un favore. Così, il papà che vuole essere freelance ha chiesto al pupo: “Scusa, mi prendi quella penna?”. Risposta secca: “Si, però, papà… non rompere le scatole. La mezz’ora non è passata e anche tu non puoi parlare a me”. Colpito e affondato.

Essere freelance è una condizione che aumenta la difficoltà dello sviluppare lavoro, carriera, progetti, se hai un bambino. Però metto un punto: essere freelance è anche una condizione da raccontare al proprio figlio e nella quale coinvolgerlo. Per costruire un patto per crescere insieme. Anche perché, diciamolo, ti sentirai una cacca, ma non c’è niente di male a lavorare a casa anche quando tuo figlio è con te e il tuo bambino lo deve imparare. Scoprendo anche in diretta quello, di bello, che crei col tuo lavoro, col tuo sudore.