Bimbo mio piangi pure (anche a Milano)

È qualche giorno che ho in testa questo post, Davide, un post che è rivolto proprio a te. Viviamo una vita magnifica, bimbo mio. Siamo fortunati. Milano ci ha sempre aiutato e non ci lascia mai soli. Un nuovo incontro, un’opportunità, un lavoro nuovo per papà. Per te amici da tutto il mondo, esperienze belle, stimolanti. Però c’è una cosa che non mi va giù da quando sei nato e che adesso ti spiego.

Dover essere felici

Ecco, non sopporto del nostro ambiente, della nostra città, del nostro vivere, il fatto che noj si possa piangere, essere tristi, essere irregolari. Da quando sei nato, quando piangi, qualcuno ti chiede perché lo fai. Perché questa domanda? Perché questa costrizione a sentirsi sbagliati se si piange? Sinceramente non ce la faccio più a resistere e ti dico, anzi ti urlo: piangi quanto ti pare. Lascia andare le lacrime di qualunque tipo, anche e soprattutto quelle di felicità (che sono le migliori).

Se ti senti una cacca per qualsiasi motivo, dillo, manifestalo, esprimiti. Esprimi anche il diritto di essere irregolare, sbilenco, stanco, sfiduciato, così come felice, contento, giulivo, anche un po’ scemotto. Qualche volta Milano mi dà l’impressione che ti porti a dover essere felice e contento per forza. Non sai quante volte ho rischiato la rissa per far tacere qualcuno che si avvicinava e, mentre piangevi, diceva “Come mai piange?”. Qualche volta dicevo: “Eh, sa… l’ho appena picchiato”, facendo andare via la pia anima di turno inorridita.

Difendo il tuo diritto

Adesso che sei grandicello farò in modo che questa città ti lasci piangere quando ritieni giusto piangere. Guai a chi te lo vieterà se ne hai bisogno: io ho pianto e piango molto, spesso mi fai piangere tu di felicità. Peso 104 kg e sono grande e grosso. Perché non devi piangere tu?

I bambini piangono perché il loro linguaggio è il pianto. E’ il loro modo di esprimersi più immediato. Il problema del sentirli piangere è nostro non è loro. Per questo motivo spero che Davide sia libero di piangere, come di ridere. E che Milano non glielo chieda più, “Perché piangi?”, ma gli indichi un modo per tornare a sorridere.