Comunicazione mediata

Comunicazione mediata: una malattia (curabile) dei nostri tempi


La comunicazione attraverso gli strumenti tecnologici ci sta dando e togliendo molto.

Il progetto che sto seguendo con mio figlio, quello di agevolare l’uso degli strumenti di comunicazione digitale offrendogli sempre alternative analogiche, mi sta facendo toccare con mano l’importanza della comunicazione mediata dalla tecnologia nella crescita di un bimbo e anche nei rapporti interpersonali di oggi. Gli uomini e le donne di domani, ma anche quelli di oggi, si confrontano con questo mondo in maniera sempre più totalizzante e fluida.

Oggi possiamo dire che la comunicazione mediata sta divenendo quantitativamente e qualitativamente più importante della comunicazione diretta. Di conseguenza dobbiamo, specialmente da separati, considerare che la nostra iperconnessione e i media che abbiamo a disposizione producono storture importanti e, a volte, drammatiche nel viaggio dei messaggi dall’emittente al ricevente. Così facendo producono effetti che gli stessi messaggi, detti in modo diretto, non provocherebbero nemmeno lontanamente. Allo stesso modo, tuttavia, i legami deboli si rafforzano e le connessioni possibili annullano lo spazio, facendo percepire anche ai più piccoli vicinanza dei loro cari anche a migliaia di chilometri.

Una malattia dei nostri tempi.

La comunicazione mediata può essere veicolo di narrazione artefatta della realtà e nelle separazioni è frequente. E fa danni. Ci sono, tuttavia, anche modi fruttuosi di utilizzarla, specialmente quando si tratta di essere vicini a un figlio anche quando… si è lontani. Gli strumenti della comunicazione mediata, però, vanno insegnati come strumenti sincroni e asincroni. Molto spesso la comunicazione mediata, cioè via messaggi, è asincrona perché le vite sono, appunto, separate. Questo bisogna farlo capire ai bambini e bisogna capirlo noi grandi. La comunicazione mediata dai computer (o affini) è, infatti, in grado di far arrivare risposta immediata, ma spesso viene utilizzata in tempistiche diverse tra colui che invia il messaggio e colui che lo riceve e deve rispondere. Ecco perché è quasi sempre assincrona, anche se noi adulti per primi sbagliamo e non la trattiamo come tale.

Per dirla schietta la comunicazione mediata è una malattia del nostro modo di comunicare. E’ un virus perché le chiediamo di essere come la comunicazione diretta, ma non lo è. Di conseguenza nascono disturbi come il Fomo o il phubbing di cui ho parlato qui. Rileggi e poi torna.

La cura per i nostri tempi.

Con i bambini bisogna proporre costanti, ripetute, lente, belle, esperienze fisiche per poi alternarle alla visione del mondo attraverso lo schermo. Tra le cose belle da fare con il telefonino, infatti, tanto per fare un esempio, c’è la ricerca di luoghi che poi devono essere visualizzati fisicamente dal bambino in un successivo momento tangibile, toccabile. Dico questa esperienza, ma potrebbero esserci molti altri modi per vivere la differenza fra realtà e realtà mediata, tra comunicazione mediata e comunicazione diretta. Questa, come tante altre, potrebbe essere una cura contro le storture della comunicazione mediata. Per gli adulti dovrebbe, invece, essere primario un atteggiamento: quello di tenere disgiunte le tipologie di comunicazione e di mettere sempre prima quella diretta e poi di dare alla comunicazione mediata un valore subordinato.

Siamo soli nelle nostre stanze virtuali.

Siamo soli nelle nostre stanze virtuali: lo ripeto. Soli e, per questo, attaccabili, esposti ai marosi di un messaggio, di una notifica del cellulare. Talmente soli che abbiamo fatto diventare tutte le azioni in cui possiamo esercitare la comunicazione diretta azioni che risolviamo con la comunicazione mediata.

Ritrovandoci a sera senza aver detto o ricevuto una buona vera parola condita dall’espressione di un volto in mezzo al quale c’è la bocca che la sta proferendo. Siamo fruitori di contenuti o produttori di contenuti, ma alla fine della giornata siamo soli come Mandela a Robben Island. Perché mi viene in mente lui? Per un motivo semplice. Perché lui è stato in cella 27 anni, ma è sempre stato libero. Come potremmo esserlo noi, se solo considerassimo le nostre stanze virtuali come dei posti nei quali entrare, ma anche uscire a seconda dell’effettivo bisogno di comunicare in modo mediato.

La capacità di cogliere momenti assoluti…

Quello che dovrebbe essere comunicato in modo mediato dovrebbe servire a tre soli tipi di azioni: dovrebbe servire a creare utilità, dovrebbe servire al corretto racconto della nostra immagine pubblica (visto che o bene o male tutti ne abbiamo una) oppure dovrebbe servire al prodromo di una relazione o interazione fisica. Il resto non conta, non serve e droga la realtà della comunicazione. Il meccanismo di comunicazione delle reti sociali, infatti, triplica i posti dove il nostro io esiste: dentro di noi, nel nostro feed (cioè in quello che diciamo di pubblico quando comunichiamo in modo mediato) e nel messaging diretto.

L’unico posto determinante, tuttavia, è il primo ed è quello più sopraffatto a beneficio degli altri due. Per riprendersi il senso della realtà nella relazione, tuttavia, è necessario astrarsi e avere la capacità di entrare dentro i momenti assoluti che uno vive. Come si fa? Ce lo ha spiegato Mandela da Robben Island. Nessun altro al di fuori di te può essere il “capitano della tua anima”. Per questo, anche nelle situazioni peggiori, uscire da qualsiasi stanza virtuale nella quale si è intrappolati è una possibilità che ci resta, anche dietro le sbarre. Una possibilità che passa dal godere, in modo estremamente relativo, di un momento assoluto che viviamo guardandolo, sentendolo e annusandolo. Senza una macchina che si metta tra noi e l’esistenza.

Grazie a questo ci sono sempre momenti delle mie giornate, anche di quelle peggiori, nei quali io sono assolutamente felice. E tu?

foto di https://www.pexels.com/it-it/@omkarpatyane

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